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domenica 30 maggio 2010

TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI_Primitivi del futuro


Tre allegri ragazzi morti - Primitivi del futuro from Annapaola Martin on Vimeo.


Il nuovo video dei TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI realizzato da Michele Bernardi e montato da Davide Toffolo. Primitivi del futuro è la title track dell''ultimo album della band.

lunedì 14 dicembre 2009

A CHRISTMAS CAROL di Robert Zemeckis














Il perfetto racconto di Natale di Mariuccia Ciotta (Il Manifesto, 3 dicembre 2009)

«Vorrei che qualche filosofo ben nutrito...dal sangue di ghiaccio e dal cuore di acciaio, potesse vedere Oliver Twist gettarsi su quel cibo disgustoso rifiutato dal cane». Così Charles Dickens vede la Londra di metà Ottocento, quella della rivoluzione industriale e della povertà assoluta, delle workhouse, reclusori per orfani e emarginati, fabbriche di lavoro sottopagato dove lo scrittore inglese bambino finì a lucidare scarpe, dopo che suo padre, contabile della marina, venne arrestato per debiti. È forse lì che Dickens immaginò i suoi giustizieri fantasmi che nelle notti di Natale tormentano i signori Scrooge.


Il racconto A Christmas Carol esce nel 1843, cinque anni dopo Oliver Twist, che rinasce col nome di Tim, il piccolo claudicante motore della redenzione dell'avaro Ebenezer dal «sangue di ghiaccio e dal cuore di acciaio». Ed è in questa atmosfera cupa, nella notte londinese, alla vigilia di Natale che Robert Zemeckis materializza lo spirito di Dickens nel film d'animazione che fonde letteratura, teatro, cinema, corpi reali e immaginari e fa volteggiare la macchina da presa in traiettorie impossibili. Lo sguardo circolare avvolge la scena, non più campi contro-campi ma un'immersione totale che il 3D amplifica. Spazio e tempo si riallineano secondo un'altra realtà, e il passare dei fotogrammi non è più la vita in dissoluzione permanente, il cinema come «morte al lavoro 24 fotogrammi al secondo», ma un al di là assoluto e abitabile, uno stato di eclisse e di coscienza. È il cinema mentale di Eisenstein, che non caso esplorava la metamorfosi disneyana, ne studiava gli effetti e la percezione, i mondi creati a partire dal «vero». Disney applicava la tecnica del rotoscope per ricalcare i movimenti dei suoi personaggi di carta, e Zemeckis ne utilizza una versione aggiornata nel suo A Christmas Carol, la motion capture, un sistema che permette di acquisire la voce e i gesti degli attori attraverso l'applicazione di mille sensori sui corpi e sui volti. Le sembianze mutano, ma l'espressione e la carica emotiva dei protagonisti restano, così Jim Carrey può interpretare non solo Scrooge vecchio, ragazzo e bambino, ma anche i tre spiriti del Natale, passato, presente e futuro. La stessa cosa vale per Gary Oldman nella parte del socio defunto Jacob Marley e dell'angariato contabile Cratchit, e per Bob Hoskins, Robin Wright Penn, tutti, tranne Colin Firth, moltiplicati per due, tre, quattro personaggi di ogni età (purtroppo li sentiremo doppiati nella versione italiana). A questo attore/ibrido, un po' sintetico un po' di carne e ossa, è restituita l'integrità della recitazione, infatti le riprese avvengono senza soluzione di continuità, come su un palcoscenico, e captano ogni gesto e movimento. Poi il computer farà il resto. Una «macchina del tempo», Robert Zemeckis immagina così il testo di Dickens, secondo la sua vocazione al viaggio spazio-temporale (Back to the Future) e inizia la sua avventura nello studio freddo e buio di Ebenezer Scrooge, che per amore ha l'oro, odia il Natale, nega l'elemosina, tiranneggia il suo dipendente, rifiuta l'invito al cenone della vigilia dell'esuberante nipote e se ne torna a casa curvo e cupo sotto i fiocchi di neve. La città proietta ombre inquietanti, il batacchio del portone si anima e brilla nel ghigno del socio morto, il primo a fargli visita, fantasma luminescente e incatenato che gli annuncia le terribili apparizioni. Scenografia e testo, fedelissimi all'originale, dichiarano l'interesse del regista alla storia, che le mette a servizio la tecnica, già sperimentata in Beowulf e in The Polar Express.

Canto di Natale (bellissime le musiche di Alan Silvestri) sprigiona dalle pagine del capolavoro disckensiano la sua carica di orrore e meraviglia, un film spaventoso nell'attesa dei revenant che appaiono testimoni della disumanità dell'uomo, proiettato all'indietro nel tempo mano nella mano con uno spettro-fiammella, una saetta di luce che vola fino al villaggio del piccolo Scrooge, abbandonato in un college, solo ogni 24 dicembre e poi ragazzo innamorato ma che a lei preferì lui, il denaro.

I velocissimi cambi di scena, il punto di vista obliquo e trasversale, la sensazione di precipitare e di essere catapultati tra le stelle in questo semi-mondo (im)materiale ricorda l'esperienza del sogno, vertigine e spaesamento in un paesaggio di creature «senza organi». Il Natale presente è una specie di Santa Claus disneyano, gigante seduto su una montagna di dolci e leccornie, dalla fragorosa risata (come nella celebre Silly Symphony) e il Natale futuro è un'ombra silenziosa dagli artigli scheletrici, la Morte, che nasconde tra le sue vesti due bambini-mostri, lividi simboli di miseria e abbandono. L'avaro di fronte alle visioni lugubri della sua tomba deserta, del disprezzo e del turpe commercio dei suoi abiti «rinasce» nella nuova dimensione del presente, ed è tutto uno scampanellio di festa e di generosità. Il cinico capitalista di Dickens si tramuta nell'altruista che dispensa doni natalizi e spedisce un ragazzo con un tacchino gigante a casa dell'afflitto dipendente...Tim e Scrooge finalmente insieme.

A Christmas Carol è il primo film in motion capture realizzato in partnership con la Disney, con cui la ImageMovers di Zemeckis & soci (sede a Marin County, baia di San Francisco, accanto ai tecno-creativi Coppola, Lucas, Lasseter) ha stretto un accordo, e che nel 1983 aveva realizzato uno stupendo cartoon con Paperon de' Paperoni, personaggio ispirato proprio a Scrooge. Walt non poteva prevedere che i suoi esseri di inchiostro un giorno avrebbero avuto una pelle digitale e una esistenza reale, tanto che Hollywood, dopo aver premiato i film d'animazione con l'Oscar, è ora di fronte a un interrogativo: si può nominare «miglior attore» un essere dell'aldilà e dell'aldiqua? Sospeso tra la superficie sintetica e l'espressione umana, Jim Carrey fa trapelare da ogni immagine le vibrazioni emotive dei personaggi, qualcosa di travolgente che libera il cinema dai vincoli terreni. Anche A Christmas Carol di Zemeckis può competere con il film live e il cartone animato, di entrambi distilla le meraviglie e l'incanto.

sabato 28 novembre 2009

GREEN GRASS OF TUNNEL_mùm

visti ieri sera a Bari...



behind these two hills here
there's a pool
and when I'm swimming in through the tunnel...
I shut my eyes

(Il video èstato realizzato dal team di Joe Gerhardt e Ruth Jarman raccolto sotto la sigla Semiconductor)

lunedì 26 ottobre 2009

DARKNESS, LIGHT, DARKNESS di Jan Svankmajer

Uno dei tanti capolavori del maestro dell'animazione Jan Svenkmajer. Parte dei suoi lavori è stata pubblicata in Italia in un dvd edito da Rarovideo.

venerdì 23 ottobre 2009

TANGO di Zbig Rybczynski



"Thirty-six characters from different stages of life - representations of different times - interact in one room, moving in loops, observed by a static camera. I had to draw and paint about 16.000 cell-mattes, and make several hundred thousand exposures on an optical printer. It took a full seven months, sixteen hours per day, to make the piece. The miracle is that the negative got through the process with only minor damage, and I made less than one hundred mathematical mistakes out of several hundred thousand possibilities. In the final result, there are plenty of flaws black lines are visible around humans, jitters caused by the instability of film material resulting from film perforation and elasticity of celluloid, changes of colour caused by the fluctuation in colour temperature of the projector bulb and, inevitably, dirt, grain and scratches.”

Zbig Rybczynski, "Looking to the Future - Imagining the Truth” in FranÐois Penz, Maureen Thomas, Cinema& Architecture. Mþliús, Mallet-Stevens, Multimedia, BFI, London, 1997.

www.zbigvision.com

lunedì 15 dicembre 2008

LYNN FOX: il corpo, il bit e la poesia

LYNN FOX: VIDEOMUSICA DIGITALE
di Alessandro Amaducci (da TURIN D@MS REVIEW)

Lynn Fox è una sigla dietro la quale si celano tre artisti inglesi che sono usciti recentemente alla ribalta nel mondo videomusicale entrando nella stretta cerchia di coloro che riescono a coniugare sperimentazione e mercato, producendo videoclip non banali ad alto contenuto tecnologico e dallo stile fortemente riconoscibile.

Dal punto di vista stilistico il gruppo si muove seguendo due tracce piuttosto differenti tra loro, probabilmente due percorsi appartenenti a membri diversi del gruppo. Il primo, quello più fortemente caratterizzante, usa la grafica 3D per inventare spazi e strutture geometriche affascinanti e sinuose, con forti richiami alla grafica Art Nouveau, creando architetture impossibili, leggere e sospese, mentre in altri casi la computer grafica ridisegna spazi sottomarini dominati da creature luminose e trasparenti, e quindi dalla ricerca sulle forme astratte si passa al fotorealismo digitale un po’ più tradizionale, sebbene sempre molto raffinato. Il secondo percorso stilistico si poggia invece tecnologicamente su un interessante uso delle tecniche di compositing digitale, e parte da un lavoro di ricerca sull’immagine del corpo e delle sue trasformazioni (tappa oramai obbligata per tutti i registi di videoclip impegnati, o costretti, a dover raffigurare il musicista-performer) figlio di tanta videoarte, di quella body-art “estrema” molto in voga in questi anni, e della tradizione visiva, oramai possiamo chiamarla così, consolidata da registi “maledetti” come Chris Cunningham.

Per quello che riguarda la computer grafica 3D sicuramente le opere più interessanti sono quelle realizzate per gli Incubus, gruppo per il quale Lynn Fox hanno avuto la fortuna di poter fare a meno di visualizzare i membri, potendo così creare delle opere audiovisive autonome. Nel videoclip Pistola le pagine di una sorta di taccuino di disegni infantili e irriverenti vengono animati in modo intelligente e tecnicamente interessante, con una commistione di 2D e 3D (in realà anche il 2D è gestito da software 3D) per cui i disegni prendono forma, si muovono, escono dalle pagine e conquistano la terza dimensione, ovvero, d’accordo con una sorta di ossessione di chi lavora in 3D, vengono osservati da tutti i punti di vista, per cui la camera virtuale ruota intorno agli oggetti. Un altro elemento di interesse è una certa libertà di montaggio, per cui la parte visiva non segue direttamente la ritmica della musica, ma la contrappunta seguendo un percorso più svincolato.

Questi elementi caratterizzanti si sviluppano al meglio in un altro videoclip sempre per il gruppo musicale Incubus, che è il capolavoro di Lynn Fox: Sick Sad Little World. L’inizio del video ha un intento dichiaratamente autoriale: mentre la musica cresce e ritmicamente si sviluppa, a livello visivo una forma semiorganica arancione cresce lentissimamente. La divaricazione fra audio e video crea un effetto ipnotico e spiazzante. Fino ad un certo punto il video sembra finire lì: la crescita di un organismo monocellulare. Ma all’improvviso, e questa volta in accordo con la musica, si apre un mondo di figure femminili semiumanoidi: dei corpi fatti di architettura, leggeri, dall’esoscheletro fragile come gli insetti, mentre intorno a loro volute di costruzioni immaginarie creano un universo di curve e piani semitrasparenti che si intersecano. Il rischio di diventare barocchi è vicino, ma i Lynn Fox lo corrono volentieri, anche perché la musica a volte entra in accordo con questo tipo di immaginario, a volte si allontana, creando consonanze e dissonanze. Questo mondo di donne-farfalla è minacciato dall’esterno: infatti arrivano aerei e carri armati, sempre però visualizzati con tratti stilistici da disegno architettonico (queste figure sono modelli che si sono intravisti anche nel videoclip precedente). La guerra che ne segue non si capisce fino a che punto sia una battaglia o un accoppiamento, sta di fatto che anche in questa fase del videoclip gli occhi dello spettatore sono inondati di forme organiche che esplodono, luci, colori. L’intelligenza di Lynn Fox sta nell’evitare lo standard fotorealistico al quale siamo abituati a favore della ricerca di uno stile e di un’atmosfera visiva.

La coerenza stilistica del gruppo fa sì che anche quando la volontà è di creare ambienti fotorealistici, si cerca, in un qualche modo, una realtà “trasparente”, come il mondo sottomarino e i suoi pesci luminosi: è il caso di Nature is ancient per Bjork, artista musicale attenta alla ricerca visiva e che rappresenta un vero e proprio “caso” a cavallo fra la musica elettronica e l’arte contemporanea, un videoclip dove, forse per la prima volta, il corpo della musicista non c’è, o meglio viene evocato sotto forma di feto solo alla fine, dopo una carrellata di immagini di organismi cellulari dentro un mondo intrauterino ma immaginario, costellato anche di creature minacciose e sanguinarie. L’ultima immagine, Bjork in versione feto luminoso, è densa di citazioni divertite: ovviamente 2001 Odissea nello spazio di Stanley Kubrick ma anche il videoclip di Michael Stern Teardrop, realizzato per i Massive Attack.

Ovviamente, come si diceva prima, il corpo è un elemento importante sul quale giocare laddove la computer grafica non è la protagonista del video, ma piuttosto il compositing e le elaborazioni digitali di elementi ripresi dal vero. È il caso di Pluto, sempre per Byork, in questo caso non un vero e proprio videoclip ma un supporto visivo da sfondo per i suoi concerti, dove un uomo nudo e calvo in uno spazio vuoto e scuro compie una serie di movimenti convulsi fino a “scoppiare” e diventare una sorta di albero fatto di doppi del suo corpo. Le assonanze con operazioni come Flex o Rubber Johnny di Chris Cunningham qui sono evidenti, ma in ogni caso Lynn Fox dimostrano autonomia stilistica e maggior controllo della tecnologia. Sempre su questo versante altrettanto riuscito è Gob Coitus per il d.j. targato Warp Chris Clark: un videoclip che attraversa in maniera esemplare le due linee stilistiche di Lynn Fox. In una specie di garage sotterraneo un uomo lentamente si trasforma in una creatura a metà fra l’umano e l’insettiforme, compiendo evoluzioni e volando come se fosse una vespa impazzita. E se anche, come in questo caso, il gruppo di architetti cerca quelle atmosfere “malate” piuttosto di moda oggi, ricorrendo ad un tipo di fotografia e di montaggio oramai piuttosto connotati, riescono comunque ad essere originali e riconoscibili. Più vicino al loro stile rarefatto e sinuoso è Unravel, uncora una volta per Bjork, dove la musicista islandese è collegata ad uno suo doppio che è un corpo-ectoplasma sospeso nel vuoto. Il “cordone ombelicale” che unisce le due figure è collegato al corpo di Bjork ad una sorta di piccola “bio-porta” di peluche blu, doppia citazione dell’opera di Meret Oppenheim e, ovviamente, di ExistenZ di David Cronemberg.

Un piccolo discorso a parte meritano invece quei videoclip dalla struttura più tradizionale, dove comunque Lynn Fox riescono ad infondere qualcosa del loro particolare stile: e questo è la prova più evidente della capacità autoriale del gruppo. In Graffiti, per i Maximo Park, il gruppo viene messo dentro un stanza che ruota: dato che la camera è fissata l’effetto è che ci siano degli “scherzi gravitazionali” sui corpi delle persone. È un effetto che oramai affascina molti registi (lo si potrebbe chiamare “effetto Kubrick”) e che ha delle chiare assonanze, di nuovo, con 2001 Odissea nello spazio, nonostante (ma questo crea anche un contrasto divertente), le atmosfere in questo caso non siano affatto spaziali, ma molto sixties. Un altro videoclip molto interessante è Bitten per i D.O.G., dj di stampo hip hop, genere pericolosissimo per qualsiasi regista di videoclip. Anche in questo caso, Lynn Fox riescono felicemente a superare gli stilemi classici del genere e realizzano un video con un finto piano sequenza (in realtà c’è un lavoro molto accurato di postroduzione che nasconde i tagli), dove la soggettiva della telecamera, e lo sguardo a cui ipoteticamente appartiene, vengono sottoposti a violenze di ogni genere: tecnicamente è il video più complesso e interessante del gruppo di architetti inglesi.


INCUBUS - Pistola




INCUBUS - Sick Sad Little World




INCUBUS - Here in my room




BJORK - Pluto




CHRIS CLARK - Gob Coitus




MAXIMO PARK - Graffiti

domenica 23 novembre 2008

LAST EXILE di Koichi Chigira











Alla scoperta dei cieli
di Aldo Spiniello (da Sentieri Selvaggi)

Ha un fascino tutto particolare questo Last Exile, serie animata in 26 episodi, diretta dal regista Koichi Chigira (già impegnato in Gatekeepers, Blue Submarine no. 6 e Full Metal Panic). Si tratta di una delle ultime creazioni dello studio Gonzo e rappresenta un’ennesima tappa nell’utilizzo combinato della computer graphic in 3D e dell’animazione tradizionale in 2D (il character designer è lo stesso di Blue Submarine, Range Murata).

Siamo in un mondo immaginario, in cui l’acqua è un bene raro e prezioso ed esiste una fonte d’energia misteriosa, la Claudia. A gestire l’utilizzo di questa energia e a conservare il patrimonio della conoscenza tecnologica è una potente organizzazione, la Gilda (The Guild), che, attraverso le sue regole ferree e grazie al potere misterioso e incomprensibile dell’Exile, esercita il controllo su Anatorey e Disith, i due regni di Prester. Separati da una zona di forte turbolenza, il Grand Stream, i due regni sono impegnati da tempo in una spietata guerra. E’ nel contesto di questo conflitto che si muovono i protagonisti di Last Exile, i giovanissimi Claus Valca e Lavie Head, piloti di vanship, una sorta di corrieri aerei. Nelle loro spedizioni capiscono poco alla volta la realtà spietata della guerra e s’imbattono nella misteriosa e temuta Silvana, l’invincibile corazzata che solca i cieli di Prester. In realtà, ben presto si capirà che la Silvana, comandata dal silenzioso e imperscrutabile Alex Row, non è la temibile nave che si crede ma l’ultimo vero baluardo di resistenza contro lo strapotere della Gilda e del maestro Delphine.

Dalla trama si potrebbe pensare che si tratti della solita saga fantascientifica, trita e ritrita, ma basta guardare il primo episodio per ricredersi. Il fascino di Last Exile sta innanzitutto nell’ambientazione, un non meglio identificato futuro, cha ha però connotazioni fortemente retrò, da inizio ‘900. Si va dalle suggestioni irlandesi e celtiche della città di Claus e Lavie, all’iconografia bizantina che domina gli inquietanti personaggi della Gilda, dalle divise e dagli armamenti ottocenteschi degli eserciti di Anatorey e Disith ai caratteri greci delle iscrizioni e dei documenti. Una mescolanza di stili e di epoche, che si traduce in un universo visivo e poetico fortemente originale. Il tratto di Murata si sposa poi perfettamente con le scene di volo e di battaglia in tridimensionale, così come paga la scelta di privilegiare tonalità di accesa luminosità. Su tutto primeggiano gli innumerevoli velivoli, ipertecnologici nelle funzioni e capacità ma antiquati nelle forme: sembra di rivedere Miyazaki e gli splendidi apparecchi aerei di Nausicaa e Porco Rosso. Risulta perfettamente adeguato a questo apparato iconografico il ritmo della narrazione che, se per lo più è lento e contemplativo, improvvisamente s’infiamma durante le splendide battagli aeree e le acrobatiche gare delle vanship, per poi toccare toni di profonda poesia nel finale. E’ grazie ad un contesto così suggestivo che i temi affrontati, per quanto non originalissimi, acquistano uno spessore poetico ulteriore. In fondo Last Exile parla di amore, amicizia, lealtà ed onore, della crudeltà della guerra e dell’ansia di pace, descrive un universo sottoposto ad un controllo rigido e distorto a cui si contrappone la sete di libertà di pochi, un universo non manicheo in cui si muovono personaggi a tutto tondo, problematici, pieni di ansie e paure, di dolori e rimpianti. Perchè Claus è così determinato a superare il Grand Stream? Che cosa spinge veramente Alex a combattere il maestro Delphine? Una reale volontà di libertà e giustizia o un rancore personale? Sophia sceglie di accettare la corona d’imperatrice perchè ha assunto piena consapevolezza delle sue responsabilità o perchè è delusa dall’indifferenza dell’uomo che ama? E perchè Tatiana si mostra così fredda, glaciale, insensibile? Ecco il punto: per tutta la serie noi siamo proiettati negli animi e nelle menti di personaggi veri, vibranti, siamo portati a cercar di capire le motivazioni delle loro scelte e delle loro azioni, ne scopriamo il passato e ne conosciamo i sogni e i tormenti. Ma soprattutto siamo al fianco dei due protagonisti, Claus e Lavie, nel loro lento, incessante processo di maturazione. Alla fine, ci si sente affascinati e appagati dalla visione, di certo più consapevoli dei sottili percorsi del cuore umano.