domenica 26 ottobre 2008

PETER GREENAWAY_A Life in Suitecase. A History of Tulse Luper

Ieri sera ho assistito a Bari alla splendida performance di Peter Greenaway dal titolo "A life in suitecases. A history of Tulse Luper". Il regista si è esibito in un vj set su dodici schermi, accompagnato dalla musica di DJ Radar. Di seguito alcuni filmati per darvi un'idea.





mercoledì 22 ottobre 2008

LAURENT CANTET: conversazione a proposito di "La classe"

Un estratto dell'intervista realizzata da Sentieri Selvaggi con Laurent Cantet in occasione della retrospettiva completa dedicatagli dalla Cineteca di Bologna alcuni giorni fa.

domenica 19 ottobre 2008

Triumph of a heart_BJORK VIDEOGRAPHY_6



Ancora un estratto da MEDULLA

Il video è diretto da Spike Jonze, regista di Essere John Malkovich e Il ladro di orchidee, e autore di videoclip per Sonic Youth, REM, Daft Punk, Chemical Brothers, Beastie Boys e molti altri.

martedì 14 ottobre 2008

LA CRAVATE di Alejandro Jodorowsky



opera prima di Alejandro Jodorowsky
girata nel 1957
perduta e ritrovata di recente
ispirata all'omonima opera di Thomas Mann

giovedì 9 ottobre 2008

DEREK JARMAN_The Super 8 Programme



L’arte dell’ombra e dello specchio. E’ spesso difficile distinguere i diversi super 8 girati da Jarman nell’arco di quindici anni. La ragione risiede nel fatto che il cinema a passo ridotto del pittore-cineasta inglese è un crogiuolo cui attingere continuamente per nuove fusioni che originano a loro volta altri film, proprio come le trasmutazioni che avvenivano nei secoli scorsi in un gabinetto di alchimia. Singole immagini o intere sequenze trasmigrano infatti da un’opera all’altra, modificate, ricolorate, rifotografate, sovrimpresse le une alle altre, assecondando così la logica di un cinema “expanded” in tutti i sensi. Il parallelo con il processo alchemico non è solo una metafora, In the Shadow of the Sun – come spiega bene O’Pray – allude alla pietra filosofale e si basa proprio su un libro di Gratacolle William del 1652, nonché sul simbolismo junghiano. Ma al di là dei riferimenti magico-simbolici, in questo tipo di produzione, la più libera e pura di Jarman anche rispetto ai lungometraggi narrativi, la composizione è inseparabile dalla tecnica. Vale a dire che tutto sommato il vero soggetto del film è proprio il tipo di procedimento adottato, il medium è la tecnica stessa. A parte Journey to Avebury – l’unico costituito quasi esclusivamente da inquadrature fisse caratterizzate da un filtro giallo – i film che proponiamo si basano sull’elemento della sovrimpressione, usato per la prima volta da Jarman in The Garden of Luxor (1972). E’ piuttosto scontato rilevare come i super 8 rappresentino un territorio di passaggio dalla pittura al cinema. Il trasferimento di alcuni motivi, soggetti e procedimenti da un medium all’altro, è dimostrato dal citato film su Avebury – che tra l’altro potrebbe essere accostato, se ci riferiamo all’ambito del cinema sperimentale britannico dei primi anni ’70, ai cosiddetti landscape film di Raban, Welsby, Sercombe, ecc. – da cui Jarman trae nello stesso periodo una serie di fotografie. Nei super 8 la riduzione di velocità nel dispositivo di ripresa/proiezione assimila l’immagine filmica a quella pittorica. Il colore si raggruma nell’inquadratura, si solidifica, diventa materia che si modella nella luce e nella durata. Ma l’artista non si accontenta di un semplice ralenti, il suo scopo è di ripensare totalmente la natura temporale del cinema. Jarman obbliga lo spettatore ad un particolare atteggiamento percettivo di fronte ai suoi cortometraggi, stimolando una riflessione sul rapporto tra la posa e il movimento. Modificando la scansione dei fotogrammi, Jarman ritrasforma nuovamente il cinema in fotografia, suo medium primigenio. Da un altro punto di vista, dunque, i super 8 di Jarman generano un momento di riflessione sul binomio cinema/fotografia: Stolen Apples for Karen Blixen è un esperimento ancora più esplicito in questo senso, poiché il cineasta crea doppie esposizioni di immagini in movimento su due foto della scrittrice. Qualcosa di simile avviene nel lunare Ashden's Walk on Møn, in cui Jarman lascia come sfondo su cui “incrostare” altre immagini, la fotografia di una nebulosa. Sovrimpressione vuol dire instabilità della visione, piacere nel far convivere più immagini contemporaneamente da cui scaturiscono nuove associazioni, significati, percezioni. La sovrimpressione si avvicina tecnicamente alla visione onirica. La sovrimpressione è come un’ombra, un’ombra particolare che solo il cinema (insieme alla fotografia) può creare. L’altro elemento che permette la convivenza di più immagini dentro la stessa inquadratura è lo specchio. Ma in The Art of Mirrors Jarman non ci mostra l’immagine specchiata, si serve di questo strumento per mettere in scena un rituale magico e surreale: un uomo in smoking attraversa lo schermo con uno specchio che rimanda riflessi verso l’obiettivo della cinepresa. Poi lo specchio passa nelle mani di una donna in abito da sera e cappello nero piumato che si avvicina poco alla volta allo spettatore, come ipnotizzandolo. Una scena stile anni ’20 che ci riporta al dadaismo di un Man Ray e al surrealismo un po’ mitico di Cocteau. L’ombra e lo specchio – come ha scritto Victor Stoichita – sono due elementi che hanno avuto non poca importanza nella storia della pittura occidentale. E Jarman questo lo sa bene. Altri rituali, più complessi, li ritroviamo in quello che forse è il capolavoro dell’era a passo ridotto di Jarman: In the Shadow of the Sun. I tasti di una macchina da scrivere; un uomo che scatta alcune fotografie; il fuoco che brucia e si sovrappone a figure umane di spalle, volti, paesaggi filtrati; un uomo con un candelabro avanza, poi batte le mani; una persona col cappuccio bianco avanza tra le dune di sabbia; la sagoma di una pianta; un signore con il cappello a cilindro; infine ecco la morte, un cranio scheletrico che spicca su un ampio vestito bianco. Sono alcuni frammenti figurativi, presenze fantasmatiche che affiorano da una texture in continua trasformazione. La suggestiva sinfonia alchemica di Jarman è dominata soprattutto dal fuoco, elemento-chiave in cui confluiscono tutti gli altri: dal luccichio dell’acqua che sembra neve, alla nube gassosa della parte finale. Il tutto accompagnato dalla straordinaria musica dei Throbbing Gristle, fatta di riverberi metallici e ondulazioni sonore. Una musica liquida e ipnotica che sottolinea perfettamente gli echi antichi e moderni, classici e sperimentali di cui si nutre l’arte cinetica di Jarman.

Bruno Di Marino (dal dvd edito dalla Rarovideo)

domenica 5 ottobre 2008

QUERELLE di Rainer Werner Fassbinder

Locandina del film ad opera di Andy Warhol



Recensione dell'edizione dvd edito dalla RHV di Alessandro Izzi da www.close-up.it

Presentato al Festival del Cinema di Venezia a pochi giorni dalla morte dell’autore, Querelle resta una delle opere più affascinanti e più controverse di tutto il cinema di Fassbinder.
Possente riflessione sul rapporto ambiguo tra sessualità e potere (tema questo condiviso col capolavoro pasoliniano Salò o le 120 giornate di Sodoma), il film è diventato, col tempo, una delle pellicole più invisibili, almeno in Italia, del cinema tedesco contemporaneo.
Prima di questa necessaria edizione curata (non a caso) dalla sempre più meritoria Ripley's Home Video, l’ultima opera del regista monacense poteva vantare una sola edizione domestica: un supporto VHS che ricalcava fedelmente la stessa edizione “minor” che era uscita a ridosso del Festival veneziano e che i distributori italiani avevano provveduto a tagliare di circa otto minuti ritenuti offensivi del comune senso del pudore.
Raramente un taglio censorio era stato così lesivo dell’integrità e del senso ultimo di un’opera come nel caso di Querelle. Le piccole porzioni di testo eliminate, infatti, erano parti integranti di un disegno quanto mai complesso ed unitario e la loro eliminazione comportava, alla fine, un notevole stravolgimento sia del significato che della definizione psicologica dei personaggi che è, nell’edizione “minor”, decisamente più sfocata e meno incisiva.
Ad essere principalmente colpita dalle forbici dei censori era stata, comunque, (e non c’era, in fondo di che stupirsi) la scena della sodomizzazione di Querelle. Una scena, questa, sicuramente impensabile nel contesto dell’italietta cattolica e moralista contemporanea, ma che era dotata, nelle intenzioni del regista, di un possente senso drammaturgico e di una precisa coerenza interna. In questa scena, portata avanti con un insospettato lirismo, si fa strada, infatti, tutto il senso ultimo del personaggio, tutto il suo desiderio di autoimmolazione soprattutto dopo il terribile delitto compiutosi appena qualche fotogramma prima. Nemesi e catarsi al tempo stesso, punizione e disperato anelito ad una vitalità sfrontata e necessaria, il modo in cui Querelle si concede all’"altro" ha qualcosa di sfuggente e al tempo stesso cristallino. Un elemento poetico che sublima la pura e semplice consumazione di un atto sessuale e lo pone al centro di un discorso che è prima di tutto espressione di una consapevole sconfitta sia interiore che esteriore, la storia di un fallimento, l’inizio di una via crucis tutta personale che porta il personaggio ad un confronto costante con le dinamiche del potere (nel suo ambiguo rapporto con il capitano) e con se stesso e le sue contraddittorie pulsioni.
L’edizione “minor” che taglia la scena in modo brutale, inserendo a conclusione il breve inserto di un primo piano di Brad Davis che è il palese ingrandimento di un dettaglio della composizione finale dei due corpi, ottiene in fondo l’esatto contrario di quanto era nelle sue intenzioni. Elimina e chiude in un ellissi l’atto sessuale, ma lo priva al tempo stesso della sua tenerezza e rabbia trasformandolo, nella mente di uno spettatore che è obbligato ad immaginare quanto accade tra un taglio di montaggio e l’altro, in un brutale semplice atto di libidine. Il personaggio finisce, così, per assumere quei tratti immorali che gli erano ingiustamente applicati da quella bigotta mentalità italiana che non aveva saputo cogliere la tragedia da sacra rappresentazione che respirava sotto il fascino barocco delle immagini. La censura finiva per ottenere così un risultato inaspettato: tagliando il film finiva per trasformarlo in ciò che aveva voluto vederci. Nello stesso modo, a pensarci, in cui un inquisitore seicentesco finiva per trasformare un’innocente contadina in strega.
Ora finalmente, grazie alla meritoria operazione di restauro della RHV diventa davvero possibile riaccostarsi al vero Querelle e rendersi conto dell’enorme senso etico che ne permea ogni fotogramma.
Un’opera destinata per sua natura allo scandalo (perché non c’è vera poesia e vera rivoluzione senza scandalo) che meriterebbe finalmente la sua giusta considerazione anche in Italia.



LA QUALITA' AUDIO-VIDEO
Film girato interamente in studio e caratterizzato da un’illuminazione innaturale, tutta dominata da rossi fiammeggianti (quasi a rendere anche a livello fotografico la dimensione melò del tutto), Querelle offre non poche resistenze al passaggio dalla fruizione in sala all’home cinema.
L’edizione che stiamo esaminando riesce, comunque, incredibilmente, a limitare tutti i danni che, come acquirenti ancora memori della passata edizione VHS, in fondo, ci aspettavamo. La resa dell’immagine si mantiene, quindi, sempre piacevole ed è evidente una certa padronanza delle scarse, ma abbondantemente sfumate gamme di colori (tra ocra, arancione e rosso) utilizzate dal regista.
Anche su un piano prettamente sonoro il risultato è al di sopra delle aspettative con due tracce su due canali che ben spaziano il suono nell’ambiente. Del resto un suono prevalentemente frontale è certo una scelta necessaria per un melodramma così raffreddato che si pone in una dimensione così “altra” nei confronti di uno spettatore che va certo scosso, ma non troppo coinvolto a livello acustico. La scelta è tra l’originale inglese e l’italiano che riprende quello dell’edizione "minor". Per le scene reintrodotte nel film resta, quindi, per scelta fortemente filologica, il solo inglese sottotitolato.



EXTRA
Oltre all’illuminante booklet realizzato, come di consueto per titoli del Nuovo Cinema Tedesco, dal nostro Giovanni Spagnoletti, c’è spazio sul disco per una serie di interventi interessanti e abbastanza esaustivi.
La parte del leone è tutta per una breve intervista a Franco Nero realizzata appositamente per questa edizione DVD che ci mette a contatto con aspetti meno noti, ma sempre interessanti sulla realizzazione del film nonché sul rapporto peculiare e stranissimo che si era venuto a creare tra il regista e la sua star italiana. Non manca il consueto trailer. E, a mò di curiosità, per chi non avesse già acquistato la serie Wenders sempre editata dalla RHV, c’è il piccolo intervento/intervista sul cinema a Fassbinder che era parte integrante del corto wendersiano Chambre 666.