domenica 22 novembre 2009

NEMICO PUBBLICO di Michael Mann













Dillinger, il kolossal della Depressione di Giulia D'Agnolo Vallan (Il Manifesto, 13 novembre 2009)

«Mi chiamo John Dillinger. Rapino banche». Evocando il leggendario «Mi chiamo John Ford. Faccio western», nel suo gigantesco, notturno e irrequieto nuovo kolossal, Michael Mann ci racconta un John Dillinger di poche parole, un killer spietato e malinconico, con l'occhio freddo di un serpente, avvolto di una calma piatta, minacciosa e con l'eleganza naturale di Johnny Depp. Un uomo che non teme nulla e nessuno, sorride pensando al mito di se stesso e perde la testa per una meticcia francese di nome Billie Frechette (Marion Cotillard). Il pericolo numero uno di Michael Mann ha poco a che vedere con la furia folle, quasi gioiosa, del Dillinger (Warren Oats) di John Milius. Nella sua monumentalità e nella grandiosità di un magnifico balletto a base di uomini in doppio petto e raffiche infuocate di proiettili Nemico pubblico risulta un film paradossalmente intimista.

Lavorando come ormai dai tempi di Collateral con un'orchestra di telecamere digitali sulla materia stessa delle tenebre e su quella che sembra ormai una sua sfida personale all'occhio del pubblico, Mann fa sempre più pensare a un espressionista astratto - il suo è un cinema di tratti, è un'esplorazione progressiva dell'inafferrabilità di se stesso. Così come è sceneggiato dallo stesso Mann, insieme a Ronan Bennett e Ann Biderman (da un libro di Bryan Burrogh), Nemico pubblico è materiale perfetto per questa ricerca.

Con poche ma bellissime inquadrature - il cielo immenso del Midwest che si staglia sopra un penitenziario all'inizio del film, o (fordianamente) dietro ai panni stesi di una casa povera, in cima a una collina, una donna che chiede ai banditi di portarla con sé... - Michael Mann traccia gli States della Depressione, quelli da cui è nato il grande cinema gangster hollywoodiano, insieme a rapinatori/leggende folk come Bonnie e Clyde, Dillinger, Baby Face Nelson, Pretty Boy Floyd, i Barker, e insieme al Federal Bureau of Investigation di Edgar Hoover, creato anche per eliminare quei criminali così pericolosamente vicini all'allure di eroi popolari. Sempre attento al dettaglio storico, nel suo film Mann tratteggia attraverso la parabola di Dillinger, e il progressivo interventismo della polizia federale, la fine dell'era (romantica) del gangster solitario e la crescita del crimine organizzato - alla fine anche la mafia volta le spalle al libero battitore Dillinger. In questo senso, per quanto sontuoso, Nemico pubblico ha in sé una traccia di elegia/energia proletaria. E fa non pochi riferimenti al western.

Fedele alle cronache del tempo, che gli permettono inoltre di riprendere la struttura del duetto/duello che aveva caratterizzato il rapporto tra poliziotto (Al Pacino) e criminale (Robert De Niro) in Heat, il regista di Miami Vice individua nell'agente federale Melvin Purvis (un impassibile Christian Bale eredita il ruolo che nel film di Milius fu di Ben Johnson) la nemesi del suo bandito. Giù a Washington, Edgar Hoover (Billy Crudup) è un politicante assetato di fama e di potere che usa l'Fbi per promuovere se stesso.

Più di tutto, lavorando sull'idea della caccia all'uomo e sulla struttura delle fuga, Nemico pubblico è uno studio sul movimento: rapine che durano meno di due minuti, frenetiche corse in macchina nel buio, convulsamente striato dalla luce arancione delle raffiche di mitragliatrice. La fine della storia di Dillinger si sa, fu ucciso da Purvis e dai suoi in un agguato, all'uscita di un cinema dove proiettavano Manhattan Melodrama, un gangster movie atipico, diretto da W.S Van Dyke su due amici d'infanzia, William Powell e Clark Gable, che finiscono da due parti opposte della legge. È nel buio di quella sala che si consuma la scena più bella del film, nei campi e controcampi tra il primo piano di Dillinger e, sullo schermo, quelli di Gable e Myrna Loy. In quella poche inquadrature c'è tutto il potere straordinario del cinema.

2 commenti:

Antoine Doinel ha detto...

"In questo senso, per quanto sontuoso, Nemico pubblico ha in sé una traccia di elegia/energia proletaria."

ecco, sono perfettamente d'accordo. Ho letto e sentito diversi pareri entusiasti sulla tecnica e la regia di Mann - del resto come non esserlo difronte a tanta, tanta meraviglia - ma assenza di pathos per i suoi personaggi. In molti criticano a Mann uno sviluppo povero e freddo della storia, una mancanza d'empatia con i protagonisti, ma calcando la parte del tuo commento, dico: come si può non farsi coinvolgere dalle gesta "eroiche", sognanti, di speranza, di rivalsa, di quest'uomo che tenta di toccare il cielo in quell'inferno post-crisi? Che vuole il paradiso a tutti i costi, o quanto meno una vita dignitosa, che del resto ad ogni uomo spetta? E' un film che ha sul serio tanto di "proletario", tanto di umano, di rinascita, di LOTTA.

Fabrizio ha detto...

Salve a tutti. A mio avviso il film di Mann è inutilmente lungo e troppo aderente alle esigenze di mercato. Momenti di grande cinema vengono vanificati da sequenze che richiamano gli standard televisivi (in fondo mann proviene dalla tv)dove anche dopo lunghissime sparatorie e frenetiche fughe i protagonisti sono sempre bellissimi re incipriati senza che mai una stilla di sudore faccia capolino sui loro volti.
Quando poi, prima dei titoli di coda, scopro che il personaggio di C. Bale diede le dimissioni e morì suicida ho la netta sensazione che mann abbia dimenticato di raccontarci qualcosa.